Vittorio era più grande di me.
Abitava al terzo piano della scala b,
io al primo dell'altra scala
dello stesso palazzo.
Tre anni di differenza
che a quell'età non erano pochi
ma lui, forse per pigrizia, non correva mai
e in ogni gioco che si faceva,
forse anche per la sua timidezza,
finiva spesso ultimo, mai vincitore
e questo, diceva lui, non si addiceva al suo nome.
Vittorio era figlio unico di un padre molto severo
dalla voce roca e brutte espressioni
piegate come le sue rughe,
e di una madre invece giovane, ma debole, triste,
e in fondo alla mia mente
non c'è ricordo alcuno di un sorriso
di quella donna.
Nel cortile del palazzo
c'erano anche altri bambini,
più o meno della nostra età,
maschietti e femminucce...
non c'era differenza
ci separava solo qualche tipo di gioco.
Ma Vittorio, forse perchè un pò più grande,
il più delle volte se ne stava in disparte:
scartucciava caramelle d'orzo
che la sua mamma gli portava ogni volta che tornava dalla spesa
oppure fingeva di leggere quel giornale unto e ammappuciato
che suo padre aveva comandato di buttare.
Un giorno, molto tempo dopo,
lo trovai accasciato
sui gradini di fronte alla mia porta di casa:
aveva sangue stagnato su una spalla,
segni sparsi per il corpo
e i capelli attaccati sulla fronte
dal sudore ormai asciutto,
e questo mi aveva detto pure troppo.
Era molto legato a mia sorella,
e con lei che aveva parlato a lungo
sui gradini.
Mia sorella custodiva le sue ansie,
i suoi dolori, i suoi segreti.
Il tempo passa uguale per tutti.
Forse.
Io ero cambiato, mia sorella era cambiata,
ma Vittorio non dava la stessa impressione.
Per capire che l'alba illumina un giorno mai vissuto
mi ci è voluto un giorno,
il giorno in cui Vittorio abbandonò la sua casa.
L'unico segreto che uscì dal cuore di mia sorella
fu che la mamma di Vittorio lo aiutò a scappare.
Ma quella donna, che chiamo amore,
rinchiusa nella sofferenza dell'antro del mai pentimento,
si ammalò fino ad aggravarsi
e come un'aquila ferita Vittorio
fece il suo ritorno a casa.
Ci scambiavamo la musica
che usciva forte dalle nostre finestre,
anche se lui mi avrà fatto sentire un milione di volte
Rocket man di Elton John
io gli ripetevo sempre si è vero,
quando ci incontravamo al centro del cortile
di quel palazzo,
è la canzone che ci porta più in alto.
L'amore Amore, seppure vicino
l'aveva sentito più dolce da lontano
l'umidità dell'antro aveva perforato le sua ossa
e la sua vita la donò integra alle ossa dell'aquila.
Vittorio sparì
per non tornare mai più.
Lunghi anni dopo, una notte,
qualcuno urlava il mio nome
da una macchina lussuosa in sosta
e fari accesi.
Mi fermai, chinai lo sguardo
nei finestrini
"ma sei... Sergio!?"
si, risposi affannato.
Come ritrovarsi davanti un parente stretto
che avevano dato per disperso in guerra,
così mi guardava, ma non riusciva a parlare,
tremava e chiamava, ancora una volta ma più piano, il mio nome.
Come sta tua sorella?
e altre cose simili per me incredibili,
incredibili perchè mi conosceva bene
ma io non avevo mai conosciuto e visto in nessun luogo
questa persona.
Quando invece mi disse chi era
cominciai io a tremare,
a sudare,
e non mi uscivano le parole
e non avrei mai trovato le parole giuste.
Come giuntami inaspettata la notizia di un parente stretto,
che avevano dato per disperso in guerra,
la conferma della sua morte.
Cominciò a raccontarmi
iniziando forse dai segreti che ancora custodiva
mia sorella.
Fu per me il viaggio più lungo
quello che per lui
fu il viaggio più profondo.

Alla Vittoria
e alle donne come lei.




